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Tatuatori, piercer e PMU: le figure dello studio che cresce

Tatuatori, piercer e PMU: le figure dello studio che cresce

Lo studio “solo tatuaggio” è il modello con cui molti di noi sono cresciuti: due o tre tatuatori, un’insegna, una clientela costruita a forza di lavori ben fatti. Funziona ancora. Ma lo studio che oggi cresce con più facilità è un altro: un luogo dove convivono tatuatori, piercer e professioniste del trucco permanente, ciascuno col proprio mestiere e la propria clientela, sotto lo stesso tetto.

Non è una moda e non è un modo per “riempire il locale”. È una scelta di impresa, e va capita per quello che è: tre attività che non si pestano i piedi, si passano i clienti e usano lo stesso spazio in orari e ritmi diversi. Vediamo come si combinano, come si organizza il locale, e cosa devi verificare prima di aprire la porta a una figura nuova.

Tre mestieri, una clientela che circola

La prima cosa da capire è che tatuaggio, piercing e PMU non si fanno concorrenza: si alimentano a vicenda.

Il ragazzo che entra a diciott’anni per un piercing al lobo non ha ancora un tatuaggio, ma tra due anni lo vorrà, e tornerà dove si è trovato bene. La cliente che viene per le sopracciglia in PMU non si è mai seduta su un lettino da tatuaggio: entra in uno studio per la prima volta, scopre che non è il posto che immaginava, e magari torna per un piccolo lettering. Il tatuato di lunga data accompagna la compagna al PMU e nel frattempo cambia il gioiello del suo piercing. Ogni figura porta in studio persone che le altre due non avrebbero mai raggiunto, e lo studio diventa il punto di riferimento per tutto ciò che si fa sulla pelle in quella zona.

C’è anche un effetto sull’agenda. I tre trattamenti hanno tempi diversi: un piercing dura venti minuti, una seduta di PMU due o tre ore, un tatuaggio può impegnare mezza giornata. Ritmi diversi riempiono buchi diversi, e il locale lavora con più continuità.

Il piercer: la boutique dentro lo studio

Il piercing è il trattamento a frequenza più alta: veloce, ripetibile, con clienti che tornano. Ma il vero cambio di passo lo fa il gioiello. Un piercer che lavora con gioielleria di qualità (titanio da impianto, oro, pezzi che valgono qualcosa) trasforma la sua vetrina in una boutique: il cliente torna per cambiare il gioiello anche quando non ha fori nuovi da fare, e il margine su quella vendita è tutto suo e dello studio.

La postazione piercing chiede poco spazio, ma ha requisiti che non si negoziano:

  • l’autoclave di classe B è obbligatoria: i gioielli si sterilizzano prima dell’inserimento, sempre. È l’unica postazione dello studio per cui l’autoclave è davvero indispensabile, come spieghiamo nel budget voce per voce;
  • il consenso informato ha contenuti propri: rischi del foro, tempi di guarigione per sede, materiali dei monili. Un modulo “adattato” da quello del tatuaggio non basta: qui trovi cosa deve contenere;
  • i minorenni sono una fetta importante della clientela piercing, e le soglie di età sono regionali: la procedura va scritta prima, non improvvisata alla reception (soglie e consenso dei genitori).

Il trucco permanente: la domanda supera l’offerta

Il PMU è il segmento che cresce di più, e nella maggior parte delle zone la domanda supera ancora l’offerta: chi lo porta in studio trova clientela in fretta. È anche una clientela in buona parte diversa da quella del tatuaggio, spesso mai tatuata, con un ticket medio alto e ritocchi programmati che la rendono ricorrente per natura.

Chi porta il PMU in studio deve sapere tre cose:

  • serve un’area riservata e ben illuminata: si lavora su occhi, labbra e sopracciglia, con la cliente sdraiata per ore. E rispetto al tatuaggio chiede ancora più tranquillità per chi opera e più privacy per chi si fa trattare: un lavoro di precisione sul viso non si fa con gente che passa, e la cliente non vuole essere vista a metà lavoro. Vale anche per il tatuaggio, che in molti casi richiede una privacy altissima, ma per il PMU è la norma, non l’eccezione. Non è un angolo della sala;
  • i pigmenti devono essere conformi al Regolamento (UE) 2020/2081, con le informazioni d’etichetta a disposizione della cliente, e le aspettative sul risultato vanno messe per iscritto: colore che schiarisce, ritocco di stabilizzazione, resa che dipende dalla pelle. Il modulo giusto è questo;
  • chi può eseguirlo dipende dalla regione: in alcune il percorso è quello del corso tatuaggio e piercing, in altre l’attività con finalità estetica è collegata alla qualifica di estetista con formazione specifica. Prima di allestire la postazione, verifica il percorso previsto nella tua regione con il SUAP e l’ente sanitario.

Le postazioni: una a tempo pieno per ogni figura, poi decide la domanda

Fino a qualche anno fa aveva senso pensare la postazione PMU come “part-time”: due giorni a settimana, libera negli altri. Ormai non è più così. Una professionista del trucco permanente che lavora bene riempie una postazione a tempo pieno, e lo stesso vale per il piercer e per chi tatua. Uno studio che gira, oggi, garantisce un full-time a ciascuna delle tre figure: è il punto di partenza, non il traguardo.

Nessuno è obbligato a crescere: uno studio con un solo tatuatore che lavora sui propri clienti è una scelta legittima e può andare benissimo. Ma se ragioni da imprenditore, la configurazione ottimale è tre postazioni, una per mestiere, ciascuna allestita per le sue esigenze: la sala PMU riservata e luminosa, il box piercing con la sua autoclave, la postazione tattoo con lo spazio per le sedute lunghe. La quarta postazione, e la quinta se il locale lo permette, non hanno un’etichetta a priori: vanno a chi spinge di più in quello studio. Ci sono studi dove il PMU ha lista d’attesa e ne serve una seconda; altri dove è il tatuaggio a chiedere spazio; altri ancora dove il piercer da solo tiene aperta la vetrina. È la domanda reale a dirti dove investire.

Sul piano pratico, ogni postazione va progettata con i requisiti igienico-sanitari in mano: ambienti separati, superfici lavabili, zona pulita e zona sporca. Aggiungere una figura dopo l’apertura, in un locale pensato per una sola, è quasi sempre più costoso che prevederla dall’inizio.

Come si struttura la collaborazione

Le figure che ospiti raramente sono dipendenti. Nella maggior parte degli studi lavorano come professionisti autonomi, con tre modelli ricorrenti: affitto della postazione a canone fisso, percentuale sugli incassi, oppure il guest spot per periodi brevi. Ognuno ha senso in situazioni diverse: il canone fisso dà prevedibilità a chi ospita, la percentuale accompagna chi sta costruendo la propria clientela, il guest porta stili nuovi e movimento.

Qualunque sia la formula, un consiglio che vale più di tutti: mettila per iscritto. Chi paga i consumabili, chi risponde dei rifiuti speciali, chi è coperto da quale assicurazione, orari, uso degli spazi comuni, cosa succede se una delle parti lascia. La trasparenza non è burocrazia: è ciò che protegge lo studio nel momento in cui qualcosa va storto. E ricorda che verso l’ente sanitario il locale ha un solo responsabile, il titolare dell’attività: tutto ciò che accade dentro porta il nome dello studio.

Cosa verificare prima di aprire la porta a una nuova figura

Una checklist breve, da fare prima e non dopo:

  1. Abilitazione: ogni operatore deve avere il corso regionale riconosciuto per il proprio trattamento; per il PMU verifica il percorso previsto nella tua regione.
  2. SCIA per ogni nuova figura: chi entra in studio lavora quasi sempre con la propria partita IVA, e per ogni partita IVA che opera nel locale va presentata una SCIA collegata allo studio. Non è un’integrazione facoltativa: è il passaggio che rende regolare la presenza del collaboratore. Le modalità te le indica il SUAP del tuo Comune, e l’ente sanitario va informato se cambia l’attività svolta nei locali.
  3. Locale: postazione separata e a norma, autoclave di classe B se entra il piercing.
  4. Assicurazione: la polizza di responsabilità civile dello studio copre anche i trattamenti nuovi e chi li esegue? Spesso va estesa.
  5. Consensi informati: ogni trattamento col suo modulo, e una regola chiara su chi li raccoglie e dove finiscono.

Il consenso informato quando gli operatori sono tre

È il punto che negli studi multi-figura va storto più spesso, e vale una sezione a sé.

Tre figure significano tre moduli diversi (tatuaggio, piercing, PMU, ciascuno con i suoi rischi e le sue dichiarazioni) e tre persone che raccolgono dati sanitari a nome dello studio. Per il tatuaggio, nel 2026 il consenso informato scritto diventa obbligatorio per legge con la Legge 99/2026: firma datata del cliente, controfirma di chi esegue il trattamento, documento conservato a disposizione delle autorità. Per piercing e PMU valgono le norme regionali e le buone pratiche, ma i dati raccolti sono gli stessi, e gli obblighi di custodia del GDPR non fanno distinzioni.

Lo scenario tipico da evitare: ogni operatore col proprio modulo fotocopiato, ogni cassetto con il proprio archivio, e nessuno che sappia dove sia il consenso di una cliente di otto mesi fa quando qualcuno lo chiede. Serve un archivio solo, dello studio, dove ogni documento dice chi ha eseguito il trattamento, quando, e con quale modulo. Come impostarlo lo spieghiamo nella guida alla conservazione dei consensi. Un ultimo dettaglio da chiarire nell’accordo scritto: quando il collaboratore è un professionista autonomo, chi è il titolare del trattamento dei dati dipende da come è strutturata la collaborazione. Definirlo prima evita discussioni dopo.

Domande frequenti

Conviene aggiungere un piercer anche in uno studio piccolo?

Di solito sì. Il box piercing occupa pochi metri quadri e il costo di ingresso vero è l’autoclave di classe B. In cambio porta clientela giovane, frequenza alta e il margine sulla gioielleria, che nel tempo può diventare una voce importante.

Il trucco permanente lo può fare un tatuatore?

Dipende dalla regione. In alcune è coperto dal corso tatuaggio e piercing, in altre è collegato alla qualifica di estetista con formazione specifica. Non dare per scontato nulla: verifica il percorso previsto dove ha sede lo studio.

Serve una SCIA per ogni figura che entra in studio?

Sì. Il collaboratore che arriva, piercer, PMU o tatuatore, lavora quasi sempre con la propria partita IVA, e quella partita IVA deve presentare una SCIA collegata allo studio in cui opera. Vale per ogni nuova figura, non solo per i trattamenti nuovi. Le modalità pratiche le indica il SUAP del tuo Comune.

Se un collaboratore in affitto di postazione raccoglie un consenso, di chi è il documento?

Dipende dall’accordo: se lavora sotto l’insegna e l’autorizzazione dello studio, di norma il consenso è dello studio e va nel suo archivio. In ogni caso deve essere scritto nell’accordo di collaborazione, insieme a dove finiscono i documenti e per quanto si conservano.


Le informazioni di questo articolo sono aggiornate a settembre 2026 e hanno valore orientativo: abilitazioni, autorizzazioni e requisiti dei locali variano per regione e Comune. Prima di aprire una postazione nuova, verifica con il SUAP e con l’ente sanitario competente.

Stai portando piercing o PMU nel tuo studio? Con Needles ogni trattamento ha il suo modulo (tatuaggio, piercing, PMU), ogni operatore raccoglie i consensi con un QR e tutto finisce nello stesso archivio, datato e ritrovabile. I primi 20 consensi sono gratis, senza carta di credito: crea l’account dalla home.


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